La disobbedienza di Adamo ed Eva è ciò che si chiama il peccato originale, il peccato che proviene dalla nostra origine. Frutto dell’orgoglio, essa ha attirato un castigo terribile che peserà sul mondo lungo tutti i secoli a venire. Poiché il primo uomo e la prima donna si sono ribellati contro Dio, tutti i loro discendenti (eccetto la Santissima Vergine Maria, che Dio ha preservato da questa macchia) partecipano alla loro colpa e ne subiscono le conseguenze. Tutti i bambini, venendo al mondo, portano nella loro anima una traccia, come una grande macchia di fango. Eredi di un padre decaduto, nasciamo privi di ogni bene spirituale, privati dell’amicizia di Dio e inclinati al male. Da quel momento, gli uomini sono soggetti all’ignoranza, alla fatica, al duro lavoro, al dolore, al peccato e alla morte.
Un’ultima conseguenza di questo peccato funesto è la più terribile: Adamo, Eva e tutta la loro discendenza si vedono esclusi per sempre dal Regno del Cielo. Ma Dio ama gli uomini di un Amore infinito e non può risolversi a vederli dannati per sempre. Subito dopo il loro peccato, Egli fa ai nostri primi genitori una promessa solenne: un giorno invierà loro un Salvatore, che redimerà gli uomini e riaprirà le porte del Cielo. La Santissima Vergine, Madre di Dio, vincerà il serpente infernale e Gli schiaccerà il capo.
Così, nonostante la loro colpa, Dio stabilì una nuova alleanza con i primi uomini.
La fede in questa promessa è come una stella nella notte per Adamo ed Eva. Nella loro grande tristezza, sorge una luce di speranza. Entrambi compiono una lunga penitenza, offrendo le loro sofferenze e le loro lacrime a Dio. E Colui la cui giustizia è perfetta, ma la cui misericordia è senza misura, guarda il loro pentimento con bontà e concede loro il Suo perdono. È mediante la fede nella Promessa del Messia futuro che Adamo ed Eva e i loro discendenti hanno ottenuto la salvezza eterna.
Un re era partito per la caccia con i suoi principali ufficiali. Giunto al luogo dell’incontro, il principe lascia il suo seguito e si inoltra da solo nel fitto della foresta. Ben presto ode, a poca distanza, una conversazione animata di cui desidera comprendere il senso. Si avvicina piano e si nasconde dietro una grande quercia.
Sono un carbonaio e sua moglie che si lamentano amaramente delle miserie della vita. È soprattutto la donna che mormora ad alta voce contro Dio e accusa i nostri primi genitori:
«Ah! – dice – se fossi stata al posto di Eva, né l’ambizione né la curiosità mi avrebbero mai spinta a disobbedire a Dio!»
Il principe li lascia parlare senza interromperli. Quando infine tacciono, si avvicina e, facendo come se non avesse udito nulla, dice:
«Siete molto infelici. Se lo volete, cambierò la vostra sorte. Non avete che da seguirmi.»
L’aria, il tono e la grazia dello sconosciuto persuadono facilmente i due poveri. È così facile convincerci quando ci viene promessa la felicità!
«Venite con me», aggiunge il principe.
Senza indugio, abbandonando il lavoro e gli attrezzi, si mettono al suo seguito. Dopo una lunga marcia, giungono ai margini della foresta. Là si trovano riuniti gli ufficiali e il seguito del principe. Il sovrano sale sulla sua carrozza e, con grande stupore di tutta la corte, vi fa salire con sé i suoi due nuovi protetti.
Giunti al palazzo, fa dare loro splendidi abiti e appartamenti degni della loro nuova condizione. Numerosi servitori sono posti ai loro ordini, e ciascuno si premura di servirli, poiché in questi ospiti si riconoscono i favoriti del sovrano. Trascorrono così alcuni giorni nell’abbondanza e nella gioia, e il carbonaio e sua moglie benedicono il principe e si sforzano di essergli graditi.
Un giorno, però, egli li fa chiamare e dice loro:
«Sapete da quale condizione vi ho tratti; ora siete felici. Questa felicità dipende da voi perché duri per sempre. Se sarete fedeli ai miei ordini, anche i vostri figli godranno degli stessi vantaggi. Una sola condizione ai miei favori: mangerete di tutti i cibi che vi saranno offerti, eccetto uno solo, che sarà posto al centro della tavola in uno splendido vaso d’oro, ornato di pietre preziose e perfettamente chiuso. Il giorno in cui vi metterete mano, morirete. Non dimenticate: la vostra sorte e quella dei vostri figli dipendono dalla vostra fedeltà.»
Poi il re si ritira. I due esaltano la bontà di un principe che vuole legare la loro felicità a una condizione così facile.
Giunge l’ora del pasto. Il vaso d’oro appare. La sua forma elegante, i ceselli che lo ornano, le perle che lo impreziosiscono colpiscono i loro sguardi. Non hanno mai visto nulla di così ricco. La donna, soprattutto, non riesce a distogliere gli occhi. Tuttavia, per rispetto agli ordini del re, non vi tocca.
Nei giorni seguenti, il vaso è di nuovo posto sulla tavola. Più lo vede, più le sembra bello. A poco a poco, un desiderio segreto si impadronisce del suo cuore: vuole sapere che cosa nasconda quel misterioso vaso.
Dopo due mesi di questa tortura, la curiosità prende il sopravvento.
«Da quando questo vaso è sulla tavola – dice al marito – tutto mi sembra insipido. Sarei felice se potessi almeno sollevare il coperchio per vedere che cosa contiene. Non ho intenzione di mangiarne.»
«Guardati bene da un simile pensiero – risponde il marito. Il re è stato chiaro: il giorno in cui toccheremo questo vaso, moriremo.»
«Ma – riprende lei – nessuno lo saprà. Solleverò appena il coperchio, darò un’occhiata e lo richiuderò subito.»
Il marito, non volendo dispiacere alla moglie, finisce per cedere.
«Permettimi almeno di aiutarti – dice – il pericolo sarà minore.»
La donna, impaziente, si china, mentre il marito solleva piano il coperchio… Ma, ahimè! un topo balza fuori dal vaso. Spaventata, la donna grida. Il marito lascia cadere il coperchio e la piccola prigioniera scompare.
Il re, che si trova in una sala vicina, accorre al rumore e sorprende i colpevoli sul fatto.
«È così – dice loro con voce severa – che rispettate i miei ordini! Subirete il castigo annunciato.»
A queste parole ordina che siano messi a morte. Ma il suo figlio unico sopraggiunge e, gettandosi ai piedi del re, esclama:
«Grazia, padre mio! Grazia per loro! Se occorre una vittima per la vostra giustizia, eccomi: offro la mia vita.»
Il re accetta la mediazione del figlio e lo condanna a morire al posto dei due colpevoli. Egli è condotto al supplizio e muore. In considerazione di questo sacrificio, i due colpevoli ottengono la vita e ricevono i mezzi per recuperare, per sé e per i loro figli, i beni perduti.
«Tuttavia – aggiunge il re – rientrerete nei beni che avete perduto solo a condizione di servirvi dei mezzi che la morte di mio Figlio vi ha procurato. Ecco la prova che vi impongo. Andate, lasciate il mio palazzo, riprendete i vostri stracci e la via della vostra foresta. Se sarete fedeli e amerete mio Figlio, se cercherete di imitarne le virtù, vi restituirò tutto, e anche di più. I vostri figli, fino all’ultima generazione, ne godranno dopo di voi. Nulla vi mancherà né per il corpo né per l’anima. Se avete bisogno di qualcosa, chiedete, e subito sarete esauditi.»
Vi è forse, diteci, la minima ombra di ingiustizia o di crudeltà nella condotta di questo buon principe? Non risplende forse, al contrario, della luce della giustizia e della misericordia? Ciò che abbiamo qui immaginato si è compiuto nel Paradiso terrestre. La condotta di questo re rappresenta, tratto per tratto, quella di Dio.