Lezione 17 – La Santa Comunione (seguito)

Poiché la gloria di Dio è nascosta nella Santa Eucaristia, in ogni epoca si sono trovati uomini empi che hanno negato la presenza di Nostro Signore Gesù Cristo nel Sacramento dei nostri altari. Infelici che sono, non hanno né udito né compreso questa parola così profonda: «Chiudi gli occhi e vedrai!». In altre parole: non guardare con gli occhi della carne, che qui ti inganneranno, ma apri bene gli occhi della fede. Allora Dio Si lascia vedere dal cuore, perché Si dona a coloro che Lo cercano con umiltà.

I Santi, invece, non hanno mai dubitato un istante della Presenza Reale di Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento. San Tommaso d’Aquino poteva dire: «Nonostante la testimonianza della vista, del tatto e del gusto, io credo, o mio Dio, alla Tua parola che mi assicura la Tua presenza nell’Eucaristia, perché la Tua parola è la Verità stessa».

E non sono soltanto i Santi a credere nella Presenza Reale. Uomini di genio, grandi sapienti, re potenti, folle innumerevoli appartenenti a tutte le classi della società sono venuti a inginocchiarsi davanti alla piccola Ostia bianca per adorare il Dio nascosto. Nel corso dei secoli, numerosi miracoli hanno testimoniato la Presenza di Dio stesso nell’Ostia. Migliaia di cristiani hanno dato la vita per difenderLa e, ancora oggi, molti cattolici sono derisi o perseguitati a causa del loro attaccamento a questo dogma eucaristico, che è il fondamento del nostro culto.

Il grande sant’Agostino, vescovo il cui genio ha illuminato la Chiesa, esclamava parlando dell’Eucaristia: «Onnipotente come sei, o mio Dio, non potevi fare di più!».

Se l’amore umano, quando si manifesta fino in fondo, compie già meraviglie, vi sarebbe forse qualcosa di impossibile a un Dio che ama senza misura?

Un giovane eroe

Nel III secolo, nelle strade oscure di Roma, la città respira paura. Le vie mormorano di voci: si arrestano i cristiani, li si getta in prigione, li si consegna alle belve o alla spada. Nello stesso tempo, nelle profondità delle catacombe, illuminate da torce, una piccola comunità di cristiani si raduna per la Messa. Là, nel cuore delle gallerie scavate nella roccia, Gesù Si rende presente nell’Eucaristia per ravvivare la fede dei fedeli e rendere il loro coraggio invincibile.


Tra i fedeli si trova un adolescente, Tarcisio. Egli ama servire il santo Papa Sisto II. Durante la Messa, contempla con occhi ardenti d’amore il momento in cui il pane diventa Corpo di Cristo. Quel giorno, il santo Pontefice riceve un messaggio urgente: alcuni cristiani, in prigione, saranno messi a morte il giorno seguente. Chiedono una sola cosa: ricevere Gesù-Ostia prima di morire, per avere la forza di rimanere fedeli fino alla fine.


Il santo Pontefice si rivolge all’assemblea di sacerdoti, diaconi e fedeli. Domanda se qualcuno sia disposto a portare la Comunione ai martiri di Gesù Cristo.


Un silenzio pesante cade sul gruppo. La strada verso le prigioni è pericolosa: le guardie perquisiscono i visitatori, i pagani sorvegliano, la folla diffida. Di solito è un diacono che porta la Santa Comunione ai prigionieri, ma quel giorno nessuno si offre per compiere questo servizio tanto onorevole. San Sisto II scruta i volti dei presenti. Allora una voce chiara e ferma si leva:

«Santo Padre, mandate me.»


È il giovane Tarcisio. Tutti si voltano, sorpresi. Un bambino? Il Pontefice esita. «Sei troppo giovane… se ti scoprono…» Ma lo sguardo del ragazzo non vacilla. «Proprio per questo! Nessuno sospetterà di un bambino. E preferisco morire piuttosto che consegnare Gesù.»


Il santo Pontefice finisce per acconsentire. Con infinito rispetto prende alcune Ostie consacrate, le avvolge in un panno bianco e le pone in un piccolo astuccio che infila sotto la tunica di Tarcisio, proprio sul suo cuore. «Ricòrdati», gli dice con gravità, «ti è affidato il Tesoro del Cielo. Evita le folle, non lasciarti distrarre da nessuno. Difendi queste sante Specie a costo della vita, se sarà necessario.» Il ragazzo china il capo. Le sue mani si chiudono sul mistero che porta. Sa che non trasporta soltanto del pane, ma il Cristo vivente.


Con il suo Tesoro, lascia le oscure catacombe. La luce del giorno lo abbaglia. Roma brulica di passanti, di soldati con l’elmo, di mercanti che gridano. Tarcisio avanza con passo tranquillo, ma con il cuore in preghiera. Ogni battito sembra ripetere: «Gesù, Ti porto, Ti amo, custodiscimi».


All’angolo di una strada, una banda di ragazzi della sua età lo riconosce. Lo hanno già visto tra i cristiani. Uno di loro si avvicina:
«Tarcisio! Vieni a giocare con noi!
– Verrò più tardi. Ora non posso.
– Che cosa stringi così al petto?
– Non ti riguarda. Lasciatemi passare.»


La curiosità si trasforma presto in sospetto. I ragazzi circondano il piccolo accolito. «Facci vedere che cosa hai! Nascondi qualcosa! Oro? Un messaggio per i cristiani?»


Tarcisio stringe ancora più forte il suo Tesoro. Con le dita aggrappate alla tunica, risponde con voce ferma: «Non posso. Lasciatemi andare.»


Allora esplode la violenza. Lo spingono, lo colpiscono, cercano di strappargli ciò che protegge. Cade, si rialza, ricade ancora, le braccia sempre incrociate sul petto, come uno scudo attorno all’Eucaristia. I colpi si abbattono su di lui: pugni, calci. Poi gli scagliano pietre. Le grida si fanno feroci: «Che lasci quello che porta!» Ma Tarcisio resiste. Non cede. Non cederà.


Le pietre piovono su di lui, il sangue scorre sul suo volto di fanciullo. La tunica si macchia, si lacera. Eppure, in mezzo al dolore, un solo pensiero lo abita: «Non consegnerò il mio Gesù, costi quel che costi.»


Un soldato romano sopraggiunge, attirato dal tumulto. Disperde il gruppo. A terra scopre il piccolo corpo martoriato. È anch’egli cristiano, ma in segreto. Si china, prende Tarcisio tra le braccia. Il ragazzo respira a fatica.


«Che cosa porti così?» chiede il soldato a bassa voce.


Le labbra di Tarcisio si muovono appena: «Io… muoio… ma L’ho custodito… Non ho lasciato… che Gesù… fosse profanato.»


Il soldato lo porta alle catacombe e lo depone presso san Sisto. E Tarcisio spira sorridendo.

Secondo una bella tradizione, quando si apre la sua tunica, non si trovano più le sante Specie. Il Signore, che egli aveva stretto al cuore, Si è come fuso in lui, facendo del suo piccolo corpo martirizzato un’ostia vivente offerta a Dio. È passato, attraverso la sofferenza, al possesso del suo Dio, che ha difeso fino alla morte.


Nelle catacombe si incide più tardi sulla sua tomba un’iscrizione attribuita al Papa Damaso: egli vi paragona Tarcisio a santo Stefano, il primo martire, lapidato sotto i colpi di una folla furiosa. Anche lui è morto sotto le percosse, ma piuttosto che consegnare il Corpo di Cristo, ha consegnato il proprio corpo.

San Tarcisio diventa così, attraverso i secoli, il piccolo martire dell’Eucaristia, il custode del Santissimo Sacramento, il patrono dei chierichetti e di tutti coloro che si avvicinano all’altare. La sua storia parla a ogni cuore che si accosta alla Comunione: egli ha dato la vita perché Gesù non fosse profanato. E noi, che cosa siamo pronti a soffrire per ricevere Gesù con amore, rispetto e fedeltà?