Come dobbiamo comportarci verso nostro padre e nostra madre? Dio stesso ce lo dice. Il quarto Comandamento è questo:
I figli hanno verso i genitori tre doveri principali:
1° amarli;
2° rispettarli;
3° obbedire loro.
Queste parole sono semplici, e ciascuno ne comprende il senso. Tuttavia, quanti figli e figlie mancano continuamente di rispetto ai loro genitori, rifiutano di ascoltare i loro consigli e, più tardi, li lasciano finire i loro giorni nell’abbandono. Se Dio promette a coloro che onorano il padre e la madre una vita lunga e una vecchiaia circondata di gioie, Egli non lascia senza castigo i figli cattivi che disprezzano questo dovere sacro. Quando si parla di lunga vita, si parla soprattutto della felicità della vita eterna, che non finirà mai.
Il quinto Comandamento di Dio è questo:
Questo Comandamento ci proibisce di attentare alla vita del prossimo. Ma si manca ad esso ben prima dell’omicidio. Si pecca contro questo precetto quando si colpisce per ira, quando si augura del male a qualcuno, oppure quando si spinge deliberatamente un altro al peccato. Far commettere una colpa grave a un fratello significa esporre la sua anima alla morte eterna: è un’offesa ancora più profonda di quella che ferisce il corpo.
Il sesto e il nono Comandamento di Dio sono questi:
Questi due Comandamenti proibiscono, l’uno, le parole volgari, gli sguardi immodesti, i gesti disonesti; l’altro, i pensieri volontariamente coltivati e i desideri consentiti che riguardano ciò che è impuro. Per evitare tutto ciò che riguarda questo grave peccato di impurità, è necessaria una grande rettitudine d’animo, insieme a luce e sincerità con coloro che guidano la nostra coscienza.
L’anima pura è limpida e splendente come la rugiada che, al mattino di aprile, perla sul bordo delle foglie. Se la goccia di rugiada scintilla ai raggi del sole, l’anima casta supera lo splendore dei diamanti più preziosi. Gli Angeli la contemplano con ammirazione. Ma, come il minimo urto fa cadere la goccia di rugiada e la trasforma, a contatto con la terra, in fango impuro, così il più lieve soffio d’impurità – nelle parole, nelle azioni, nei desideri o nei pensieri consentiti – offusca e macchia l’anima, rendendola ripugnante agli occhi di Dio.
Il settimo e il decimo Comandamento di Dio riguardano lo stesso ambito e si completano:
Essi proibiscono, l’uno, di appropriarsi del bene del prossimo; l’altro, di desiderarlo con l’intenzione di ottenerlo con mezzi ingiusti. Qui il divieto: «Non rubare» è tanto imperativo quanto quello contro gli altri peccati. In ogni tempo, alcuni uomini, infastiditi da questi due Comandamenti, hanno chiesto alla Chiesa di attenuarli o di tacerli. Essa risponde instancabilmente: «Impossibile. Ciò che è scritto nel Decalogo è scritto, e nulla, neppure una sola lettera, può essere cambiato nella legge data da Dio stesso al Suo popolo». Si trasgrediscono questi precetti con il furto, la frode, la rapina, o anche con il semplice desiderio di appropriarsi di un bene che si sa non appartenerci.
In una città d’Italia, a Bologna, una vedova nobile e ricca aveva un figlio unico, che amava teneramente e che era per lei come la pupilla dei suoi occhi. Questo giovane bambino era solito giocare sulla piazza pubblica con i suoi coetanei. Un giorno, uno straniero di passaggio turbò il gioco con evidente cattiva intenzione. Il bambino, vivace e impetuoso per natura, gli gridò di stare tranquillo e aggiunse alcune parole un po’ dure. L’intruso non era meno irascibile: sguainò subito la spada, si scagliò contro il povero bambino, lo colpì, gli affondò la lama nel petto e lo gettò a terra senza vita.
Non aveva ancora compiuto il delitto che già ne sentì tutto l’orrore e, con la spada insanguinata in mano, si mise a fuggire davanti a sé, finché, vedendo una porta aperta, vi si precipitò. Era proprio la casa della sua vittima! Salì rapidamente le scale, senza sapere dove sarebbe giunto, e arrivò nell’appartamento della povera vedova, che egli non conosceva. Alla vista di quell’uomo, della spada sguainata e coperta di sangue, ella rimase come paralizzata. Fu questione di un attimo; perché subito, udendo lo straniero implorarle nel Nome di Dio asilo contro coloro che lo inseguivano, la sua pietà si lasciò commuovere; ella lo rinchiuse in un nascondiglio, promettendo di non consegnarlo. Credeva a un omicidio involontario o dovuto a imprudenza, e ignorava del tutto le circostanze e la vittima.
Intanto, gli ufficiali di giustizia lo avevano seguito da vicino; lo videro entrare in quella casa e vi penetrarono poco dopo, chiamandolo ad alta voce. Lo cercarono in ogni angolo, sotto tutti i mobili, ma inutilmente. Mentre stavano per ritirarsi, uno di loro disse: «Questa signora deve sapere che colui che è stato ucciso è suo figlio; non vorrà dunque, immagino, sottrarre alla giustizia un tale assassino».
A queste parole, subito confermate dagli altri, la povera madre si sentì il cuore trafitto da un colpo mortale; cadde svenuta. Quando rinvenne, si credette impossibile salvarla, tanto quel colpo l’aveva ferita nel profondo. Ma ben presto una grande forza discese in lei e, abbandonandosi alla Provvidenza, adorò i Suoi eterni decreti, promettendo di perdonare per amore di Dio questa crudele offesa.
Anzi, la grazia operando sempre più nel suo cuore, ella decise di rendere bene per male e di fare per l’assassino di suo figlio ciò che avrebbe fatto per il proprio figlio. Senza indugio, andò a trovarlo nel suo nascondiglio, non gli fece alcun rimprovero, gli diede una borsa di denaro, insieme a un cavallo che aveva fatto preparare, e lo esortò a sottrarsi con la fuga alle conseguenze del delitto.
Quale fu la ricompensa di un così grande atto di magnanimità cristiana? La pia madre, tutta immersa nel dolore, si era ritirata nella sua stanza davanti a un’immagine di Nostro Signore, e lì pregava per il suo caro defunto, quando egli le apparve splendente come il sole, con il volto felice e la palma del trionfo in mano: «Buona notizia, cara madre!», le disse. «Asciugate le vostre lacrime, ponete fine al vostro dolore. Non bisogna compiangermi, ma piuttosto invidiare la mia sorte. La generosità cristiana di cui avete dato prova mi ha liberato immediatamente dal Purgatorio. Oh! quanto vi devo più per avermi così generato alla vita eterna che per avermi dato la vita del corpo! La giustizia divina mi aveva condannato a lunghi anni di sofferenze per le mie colpe. Ma il vostro perdono ha compiuto in un istante la mia espiazione, ed io sono presso il mio Dio, dove resterò per tutta l’eternità. Rallegriamoci dunque e cantiamo i Suoi benefici.»