Lezione 14 – La Confessione

Al tempo di Gesù si trovava, a Gerusalemme, una piscina celebre chiamata piscina di Siloe. A momenti, l’Angelo del Signore scendeva dal Cielo e agitava l’acqua. Allora il primo malato che vi si immergeva veniva subito guarito.

Attorno alla piscina, una folla di infermi attendeva, distesa o seduta a terra. Tra essi giaceva un uomo paralizzato da trentotto anni. Gesù passò di là. Lo vide, immobile sul suolo, con lo sguardo rivolto verso l’acqua, ancora aggrappato alla speranza nonostante tante delusioni. Gesù si avvicinò e gli disse: «Vuoi essere guarito?»

L’uomo alzò gli occhi verso di Lui: «Ahimè, Signore, come potrò essere guarito? Non ho nessuno che mi immerga nella piscina dopo il passaggio dell’Angelo. Mi trascino il più in fretta possibile, ma quando finalmente arrivo, un altro è già sceso prima di me».

Allora Gesù gli disse, con voce calma: «Àlzati, prendi il tuo giaciglio e cammina!»

A queste parole, la fede sollevò il paralitico. Egli si raddrizzò, vacillò un istante, poi si tenne in piedi. Prese il suo giaciglio, fece un passo, poi un altro: camminava. Era perfettamente guarito, per la potenza della parola del Maestro.

Poco dopo, Gesù lo incontrò di nuovo e gli disse: «Ecco, sei guarito. Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio».

La piscina di Siloe, a Gerusalemme, non era che un’immagine del Sacramento della Penitenza, e un’immagine ben imperfetta. Essa guariva un solo malato alla volta e restituiva la salute soltanto al corpo. Il Sacramento della Penitenza, invece, guarisce le ferite dell’anima, restituisce la vita spirituale a coloro che Lo ricevono, e questo ogni giorno, a tutti coloro che vi si accostano, per quanto numerosi siano. Quale riconoscenza dobbiamo a Dio per questo capolavoro di misericordia che è la Confessione!


Perché avvenga la remissione dei peccati, sono necessarie tre condizioni da parte del penitente. Occorrono:
1° La penitenza nelle parole, cioè la 
Confessione: riconoscere umilmente le proprie colpe davanti al sacerdote.
2° La penitenza del cuore, o 
Contrizione: un vero dolore di aver offeso Dio, con il proposito di non peccare più.
3° La penitenza nelle opere, o 
Soddisfazione: accettare e compiere la penitenza proposta, come riparazione dei peccati.


La bontà di Dio è così grande che Egli concede il perdono al peccatore che compie con pietà questi tre atti.

Se qualcuno si trova nell’impossibilità di confessarsi a un sacerdote, Dio non gli rifiuterà il perdono, se ha una vera Contrizione del cuore e fa penitenza.

 

Potere della vera contrizione

Un grande peccatore andò a confessarsi dal venerabile Pietro di Corbeil, arcivescovo di Sens dal 1199 al 1221. Gli fece una confessione sincera di tutti i crimini che aveva commesso, sospirando profondamente, versando un torrente di lacrime e chiedendo con umiltà se Dio avrebbe voluto perdonargli i suoi peccati. Il prelato gli rispose:

 

«Non dubitatene, figlio mio, purché siate sinceramente deciso a compiere la penitenza che vi imporrò.

– Tutte quelle che vorrete! replicò il penitente, contrito e umiliato, anche se dovessi soffrire mille morti! Dio, che ho così gravemente offeso, se ne accontenterà?»

 

Il santo prelato, profondamente commosso nel vedere quel peccatore così ben disposto, gli disse:

«Vi assegno sette anni di penitenza.

– Che cos’è mai questo, padre mio? Solo sette anni per colpe così grandi? Anche se facessi penitenza fino alla fine del mondo, sarebbe ancora troppo poco.

 

– Figlio mio, continuò l’arcivescovo, digiunerete soltanto tre giorni a pane e acqua.

– Ah, Padre mio! padre mio! disse quell’uomo, singhiozzando e battendosi con forza il petto, non risparmiatemi, ve ne supplico. Sono ai vostri piedi e imploro una misericordia che non posso pagare a prezzo troppo alto. Proporzionate la mia penitenza alla mia iniquità. Non abbiate riguardo per la mia debolezza. Datemi una penitenza adeguata!»

 

Il prelato, ispirato da Dio e incapace di ammirare abbastanza le opere della grazia, gli ordinò di recitare una sola volta il Padre Nostro, assicurandogli che i suoi peccati gli sarebbero stati rimessi. Allora quel peccatore, il cui cuore era spezzato dal dolore, lanciò un grande grido che esprimeva il suo stupore e la sua riconoscenza verso il Dio delle misericordie. E, all’istante, cadde ai piedi del santo arcivescovo, morto all’improvviso.

 

Il santo arcivescovo, anch’egli profondamente commosso fino alle lacrime, affermava con ragione che quel povero peccatore aveva una contrizione tale da essere andato direttamente in Cielo, senza passare per il purgatorio.


La Confessione è l’accusa sincera dei propri peccati davanti a un sacerdote, per riceverne il perdono. Ma che cos’è peccare? È disobbedire a Dio, fare ciò che Egli proibisce. E come sapere ciò che Egli proibisce? Studiando il Suo Vangelo, i Comandamenti di Dio e della Chiesa, e consultando la propria coscienza.

La coscienza è quella voce interiore che non parla, ma fa udire, nel silenzio del cuore: Questo è bene, fallo. Questo è male, non farlo.


Vi sono due specie di peccati: il peccato originale – di cui abbiamo già parlato – e il peccato attuale, che ciascuno può commettere. Quest’ultimo può essere grave o leggero. Una disobbedienza leggera si chiama peccato veniale; una disobbedienza grave, peccato mortale, perché fa morire la vita dell’anima. Mille colpe leggere non fanno una colpa mortale, ma un solo peccato mortale merita l’inferno, se è commesso con piena avvertenza e deliberato consenso. È il più grande dei mali.


La regina Bianca di Castiglia diceva un giorno a suo figlio, il futuro re san Luigi: «Figlio mio, Dio sa quanto ti amo! Ebbene, preferirei vederti morto piuttosto che colpevole di un solo peccato mortale».


Si può peccare in quattro modi: con i pensieri, con le parole, con le azioni o con omissione, cioè trascurando di fare ciò che Dio comanda. E tutti i peccati, quali che siano, trovano la loro origine nei sette peccati capitali: la superbia, l’avarizia, la lussuria, l’invidia, la gola, l’ira e l’accidia. Il contrario del peccato è la virtù, questa disposizione stabile e gioiosa a fare il bene.

La fede del marinaio

Sulla costa della Rance, tra Dinan e Saint-Malo, viveva un marinaio che non aveva nulla di un santo: un po’ ubriacone, pronto a bestemmiare e, all’occasione, a parlare come i signori di città contro i sacerdoti e la religione. Un bel giorno d’aprile, si imbarcò per il banco di Terranova, per la pesca del merluzzo. Un altro marinaio, suo vicino, non più portato di lui verso la chiesa e molto più verso la taverna, salì sulla stessa nave. La traversata andò bene, la pesca fu abbondante. La spedizione stava per concludersi quando, negli ultimi giorni, il tempo peggiorò e il mare si fece agitato. Il vento fischiava con violenza, la nave rollava, e uno dei due amici fu gettato fuori bordo. Era Pietro, il primo di cui abbiamo parlato. Giacomo, il suo compagno, si gettò subito in acqua. Nuotatore molto più esperto, riuscì a riportare Pietro fino alla nave, al prezzo di uno sforzo straordinario, affrontando un mare in tempesta. Ma, sfinito da questo salvataggio eroico, tornò a bordo più malato ancora di colui che aveva appena strappato alla morte. Due giorni dopo, una terribile polmonite lasciava ben poca speranza di vederlo tornare in vita.


Il povero Pietro, sconvolto, restava accanto all’amaca del morente.

«Dunque morirai, povero Giacomo», ripeteva senza giri di parole. «E pensare che è per me! Tua moglie non mi lascerà nemmeno aiutarla quando saprà che muori per me.»
«Taci», rispose l’altro, «niente lamenti. Bisogna parlare seriamente. Non ho più molto tempo. Promettimi una cosa, e non mancare alla tua parola. Non mi sono confessato prima di partire, come voleva mia moglie. Ora non c’è più un sacerdote per Giacomo… Ma ascolta. Hai buona memoria?»
«Sì, marinaio, non dimenticherò mai che mi hai salvato a rischio della tua vita.»
«Non è questo», riprese Giacomo. «Devo confessarmi a te, e tu devi promettermi di non dimenticare nulla e di portare la mia confessione al parroco di Pleudihen. Poi ti confesserai tu, e l’assoluzione sarà per tutti e due.»


Pietro trovò l’idea geniale, quasi luminosa. La confessione cominciò, dettagliata, precisa, fino a sfinire il malato, che però aveva ormai un solo pensiero: mettere in ordine la propria anima. Insistette sui punti principali, fece ripetere più volte al compagno, per essere sicuro che avesse ben ricordato, ben compreso. Gli ordinò poi di ripetere spesso quella confessione, di non bere più che acqua, di convertirsi finalmente e di fare penitenza per entrambi. Sistemato tutto, Giacomo si calmò, parlò di sua moglie e dei suoi figli e morì in una pace piena di speranza.


Al tempo del ritorno dei marinai, verso il mese di ottobre, l’angoscia era al culmine nelle case della costa, dove tutti gli uomini erano partiti per il mare. Si scrutavano le vele, si contavano i giorni. Gli equipaggi rientravano a poco a poco, il che non faceva che accrescere l’inquietudine delle madri e delle spose di coloro che mancavano ancora all’appello. Tra queste, Giovanna e Mathilde, vicine, madri di famiglia, mogli dei nostri due marinai. Molte vicine erano venute a pregare con loro per i due assenti, molte candele erano state accese, la domenica, davanti all’altare della Vergine, Protettrice dei marinai.


Una sera, sedute sulla soglia, guardavano ancora una volta, col cuore stretto, la strada da cui gli uomini ritornavano di solito. Nulla, sempre nulla. All’improvviso, un uomo avanzò, con passo lento e grave, il cappello avvolto in un velo di lutto. Con quell’andatura cupa, chi avrebbe potuto riconoscere il ritorno di un marinaio assente da sei mesi? Eppure era proprio il marito di Giovanna. Ella lo riconobbe finalmente e gli corse incontro. Ma lui, senza dire una parola, la respinse dolcemente e continuò il suo cammino, con una gravità inquietante. Alle grida delle due donne, tutto il villaggio accorse. Alcune, spaventate, giuravano che fosse l’anima del marinaio, tornata in forma umana per mostrarsi un’ultima volta ai suoi. Altre, più ragionevoli, sussurravano piuttosto la parola «voto», per rassicurare le due povere donne. E infatti era un voto che Pietro compiva fedelmente.


I più coraggiosi del villaggio lo seguirono, lo raggiunsero, tentarono di parlargli. Nulla da fare: non rispondeva. Con un rosario in mano, recitava le sue preghiere camminando. Lo si vide attraversare il borgo, passare davanti alla taverna – quella taverna dove tante volte aveva fatto naufragare i suoi migliori propositi – senza neppure gettarvi uno sguardo. Si segnò con devozione davanti alla porta della chiesa, dove tutti si aspettavano di vederlo entrare, poi proseguì il suo cammino, tra lo stupore di una folla che cresceva a ogni passo. Pietro finì per scomparire nella casa parrocchiale, la cui porta si chiuse dietro di lui, lasciando gli altri alle loro congetture.


Che cosa faceva, dunque, quel povero Pietro, prostrato ai piedi del parroco, vero padre dei marinai? Gli raccontava, tra i singhiozzi, la sua storia sconvolgente e lo supplicava di ascoltare la confessione del suo amico defunto. Il buon sacerdote, profondamente commosso, lo ascoltò – non, precisò, come una Confessione sacramentale, ma per compiere l’ultimo desiderio di un morente e consolare il cuore del peccatore che gli stava davanti. «Ah, quanto è pesante portare la confessione di un amico», ripeteva Pietro. «Era tanto addolorato di non avervi accanto a sé. Ma lo consolava sapere che avreste comunque conosciuto i suoi peccati, signor parroco.»


Fedele alle sue promesse, Pietro si confessò a sua volta. Da quel giorno divenne un altro uomo. Provvide ai bisogni di entrambe le famiglie: lavorava per la propria e per quella di Giacomo. Ben presto si notò che vi era più benessere in entrambe le case di quanto ve ne fosse stato un tempo nella sola casa di Pietro.


«Quanto al povero Giacomo», concludeva il buon parroco, «non ho alcun dubbio sulla sua salvezza. La sua fede, il suo coraggio e la sua Contrizione hanno ampiamente supplito, agli occhi del buon Dio, all’assoluzione che non ha potuto ricevere. Certamente, saranno celebrate diverse Messe per il riposo della sua anima. Oh sì», aggiungeva quel santo sacerdote, «non si conoscono i marinai. Qualunque cosa facciano, conservano la fede. C’è in loro una grande riserva di bene!»