Lezione 15 – Come ottenere il perdono dei propri peccati

Per ricevere il perdono dei propri peccati, bisogna confessarsi, cioè fare l’accusa umile e sincera delle nostre colpe. Come potrebbe infatti il sacerdote – questo giudice che parla a Nome di Dio – perdonare ciò che non conosce?

 

Perché una Confessione sia veramente buona, sono necessarie diverse condizioni. Essa comincia con l’esame di coscienza, che è una ricerca attenta delle colpe commesse dall’ultima Confessione. Quando questo esame è terminato, bisogna suscitare in sé la Contrizione, cioè il dolore di aver offeso Dio, non soltanto per timore, ma per amore.

Giunto al confessionale, il penitente si inginocchia e fa il segno della croce. Dice: «Beneditemi, Padre, perché ho peccato, ecc…». Accusa i propri peccati con semplicità.

Allora il sacerdote prende la parola. Egli consiglia, esorta, rialza, ed è Dio stesso che, attraverso la sua voce, parla all’anima ferita e le accorda il perdono. Queste parole devono essere accolte con attenzione e rispetto, perché è Dio stesso che ci parla per mezzo del Suo ministro.

 

È essenziale accusare tutti i peccati mortali e indicare, per quanto possibile, quante volte sono stati commessi. Nascondere volontariamente un peccato grave rende nulla la Confessione e aggiunge al peccato una colpa ancora più grave: il sacrilegio.

Quanto alle colpe leggere, non si è strettamente obbligati a dirle, ma è saggio farlo, perché è spesso difficile valutarne la gravità. Infine, i peccati dimenticati senza colpa sono perdonati dalla bontà di Dio; tuttavia, se sono gravi, bisogna accusarli non appena li si ricorda.

Non basta inginocchiarsi umilmente al confessionale e accusare le proprie colpe: bisogna anche pentirsi del male commesso. La Contrizione è il dolore di aver offeso Dio, unito al fermo proposito di non offenderLo più.

Per essere veramente efficace, la Contrizione deve avere quattro qualità: 

1° interiore, nasce dal cuore; 
2° 
universale, si estende a tutti i peccati; 
3° 
sovrana, ci fa temere il peccato più di ogni altro male; 
4° 
soprannaturale, è suscitata in noi da motivi di fede.

 

La Contrizione è perfetta quando è ispirata dal dolore di aver offeso Dio, così buono, che ci ha amati fino a morire sulla Croce. La Contrizione perfetta, unita al sincero desiderio di ricevere al più presto il Sacramento della Penitenza, ottiene già il perdono dei peccati. La Contrizione è imperfetta quando nasce soprattutto dalla vergogna del peccato o dal timore dell’inferno: essa cancella i peccati a condizione di essere unita all’assoluzione data dal sacerdote.

L’assoluzione è la formula sacramentale che il sacerdote pronuncia per rimettere le colpe del penitente ben disposto: «Ego vos absolvo… – Io ti assolvo dai tuoi peccati nel Nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo». Mentre il sacerdote pronuncia queste parole, il penitente china il capo, poi recita con pietà l’atto di Contrizione. Se ha il fermo proposito, con la grazia di Dio, di non ricadere più nel peccato, allora, per la virtù del Sacramento, è liberato da tutte le sue colpe.

Non bisogna tuttavia credere di non avere più nulla da riparare davanti a Dio. Il peccato lascia dietro di sé una pena temporale. Con l’assoluzione, la colpa è cancellata, ma la pena temporale rimane, poiché è giusto riparare in qualche modo l’offesa fatta a Dio.

Questa riparazione si chiama soddisfazione. Per soddisfare, cioè per espiare la pena temporale dovuta ai peccati già perdonati, il penitente riceve dal confessore una penitenza, che deve compiere al più presto. È bene anche offrire a Dio le piccole sofferenze di ogni giorno, in spirito di amore e di espiazione.

Come vedete, quando, a causa della vostra cattiva condotta, nasce una rottura tra voi e il buon Dio, sapete che cosa fare per ritrovare la Sua grazia. Affrettatevi a gettarvi ai piedi del sacerdote, rappresentante di Cristo sulla terra, ed egli vi ripeterà quelle parole che restituiscono all’anima l’amicizia di Gesù e la pace: «Dio vi perdona. Andate in pace e non peccate più!»

Un’eredità perduta e ritrovata

C’era una volta un padre che viveva con i suoi due figli in una splendida tenuta.  Un giorno, il più giovane, desideroso di essere libero e di vivere come gli piaceva, decise di partire per il vasto mondo.  Chiese a suo padre la parte di eredità che gli spettava e, in una bella mattina, se ne andò verso terre lontane.  Là sperperò ben presto tutta la sua fortuna nei piaceri e nella dissolutezza.


Quando i compagni dei suoi disordini compresero che non aveva più denaro, lo abbandonarono senza rimorso. Il giovane si ritrovò solo, e la fame lo tormentava. Costretto dalla necessità, si fece assumere come servo in una fattoria. Ogni giorno doveva compiere lavori durissimi, e il cibo che riceveva come salario era così misero che talvolta, per non morire di fame, arrivava a sottrarre ai porci i vili alimenti che era incaricato di distribuire loro.


In questa miseria, il figliol prodigo si ricordò della casa paterna, dove suo padre non gli aveva mai fatto mancare nulla. «Ah», diceva tra sé, «quanto sono più felici i servi nella casa di mio padre di quanto lo sia io!... Perché non andrei a supplicare il mio buon padre di trattarmi come uno di loro, io che non sono più degno di essere chiamato suo figlio?...» Questi pensieri tornavano senza cessare a tormentare il suo spirito e a stringergli il cuore.


Una sera non poté più resistere. Lasciò la fattoria, dove era trattato come una bestia da soma, e si mise in cammino verso la casa paterna. Dal giorno della partenza del figlio, il padre non lasciava passare un pomeriggio senza salire su una piccola altura da cui si dominava tutta la pianura. Di là scrutava a lungo l’orizzonte, cercando con lo sguardo il suo figlio prediletto.


Ed ecco che, una sera, mentre il sole arrossava l’orizzonte con i suoi ultimi bagliori, i suoi occhi scorgono una figura che avanza a passo affrettato, vestita di abiti miserabili. «È lui! È lui!» esclama il vecchio, pieno di gioia, e, con passo incerto, si mette in cammino incontro al figlio.


Il giovane riconosce suo padre. Corre verso di lui e cade ai suoi piedi: «Padre, padre mio, ho gravemente peccato contro il Cielo e contro di voi. Non sono più degno di essere chiamato vostro figlio. Trattatemi soltanto come uno dei vostri servi». Ma il padre lo rialza con tenerezza: «Ti perdono», gli dice, e lo copre di baci.


Poi, rivolgendosi ai servi accorsi, ordina di preparare un grande banchetto. «Avevo perduto mio figlio», dice, «e l’ho ritrovato. Era come morto ed è tornato in vita. Bisogna dunque rallegrarsi».

Questa storia, figli miei, è anzitutto la storia di Adamo, il primo di tutti i figli prodighi, che, per la sua colpa, ha perduto lo stato di innocenza e di felicità in cui il Creatore lo aveva posto. È anche la storia di tutti noi, peccatori, che, come il figliol prodigo, abbiamo troppo spesso rinunciato all’amicizia di Dio per correre dietro a piaceri cattivi.


Il padre, così tenero verso il figlio prima della sua caduta, così misericordioso quando lo vede pentito, è il buon Dio stesso, la cui misericordia è come un oceano senza confini, sempre pronto ad accoglierci tra le Sue braccia non appena ritorniamo a Lui con il cuore contrito.