Lezione 20 – I dieci Comandamenti di Dio

Un giorno, mentre Nostro Signore Gesù Cristo parla ai Suoi discepoli delle verità del Cielo, un giovane si avvicina a Lui: «Maestro», gli domanda, «che cosa devo fare per avere la vita eterna?» Gesù risponde: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i Comandamenti». Osservare i Comandamenti di Dio: ecco l’unica via che conduce al Cielo. È dunque importante conoscere ciò che il buon Dio comanda e ciò che proibisce.

 

I Comandamenti di Dio sono quei precetti che Egli ha inciso nel fondo dei nostri cuori e che ha Egli stesso dettato a Mosè sul monte Sinai, in mezzo ai lampi e al tuono. Si chiamano spesso Decalogo, perché sono dieci, come le dita della mano. Tra essi, tre esprimono un comando positivo: il primo, il terzo e il quarto. Tutti gli altri sono formulati come un divieto. I primi tre Comandamenti riguardano direttamente Dio e regolano la nostra condotta verso di Lui.

1.

Il primo Comandamento si riassume così:

Un solo Dio adorerai
E Lo amerai perfettamente.

 

Con questo Comandamento, il più importante di tutti, Dio ci ordina: 

1° di credere in Lui; 
2° di sperare in Lui; 
3° di amarLo con tutto il cuore; 
4° di adorare Lui solo. 

 

Alle prime tre obbligazioni corrispondono tre virtù che dobbiamo praticare: la Fede, la Speranza e la Carità. Si chiamano virtù teologali o divine, perché hanno Dio stesso per oggetto e orientano tutta la nostra vita verso di Lui.

La Fede consiste nel credere in Dio e, sulla Sua parola, credere tutte le verità che la Chiesa ci insegna. Si pecca contro la Fede quando si ha vergogna di mostrarsi cristiani, quando si rinnega Gesù Cristo e la Sua religione, oppure quando si rifiuta una verità che la Chiesa propone come rivelata da Dio.

La Speranza consiste nell’attendere dalla bontà di Dio la Sua grazia in questa vita e la vita eterna nell’altra. Si pecca contro la Speranza quando, confidando troppo nelle proprie forze, ci si espone imprudentemente alla tentazione, oppure quando si dispera della misericordia di Dio.

La Carità consiste nell’amare Dio con tutto il cuore e, per amore di Lui, amare tutti gli uomini, nostri fratelli in Gesù Cristo. Si pecca contro la Carità quando si rimane indifferenti verso il buon Dio, oppure quando si nutrono nel cuore sentimenti di odio o di rancore verso il prossimo.

Una quarta obbligazione deriva ancora dal primo Comandamento: il dovere del culto o dell’adorazione. Adorare Dio significa renderGli gli omaggi che Gli sono dovuti come Creatore e Sovrano Signore di tutte le cose. Si manca a questo dovere quando si trascura la preghiera del mattino e della sera, quando ci si comporta male in chiesa, si chiacchiera e ci si distrae invece di ascoltare Dio con rispetto.

 

2.

Il secondo Comandamento si esprime così:

Il Nome di Dio non pronuncerai invano,
né farai cosa simile.

 

Con questo Comandamento, il buon Dio ci proibisce: 

1° di giurare invano, cioè di chiamare senza motivo Dio a testimone della verità delle nostre parole, come se il Suo Santo Nome servisse a sostenere i nostri capricci o le nostre collera; 

2° di bestemmiare, cioè di pronunciare parole ingiuriose contro Dio o contro i Santi. Pronunciare il Nome di Dio con imprecazioni è una bestemmia molto grave. Quando si sente qualcuno bestemmiare o pronunciare parole che offendono Dio, è cosa lodevole dire nel proprio cuore, per riparare questa offesa: «Sia lodato Gesù Cristo!».

3.

Il terzo Comandamento si enuncia così:

Ricordati di santificare le feste
servendo Dio con devozione.

 

Questo Comandamento ci prescrive di santificare la domenica, giorno del Signore. Si pecca contro questo Comandamento quando si trascura di assistere alla Santa Messa senza un motivo grave, oppure quando si dedica questo giorno, fatto per Dio e per il riposo, a lavori proibiti o a occupazioni che ci distolgono dalla preghiera.

Un eroe di dodici anni

Nel cuore dell’inverno del 1867, il freddo imperversa nelle campagne della Polonia. La neve ingombra i sentieri, gli alberi si stagliano neri all’orizzonte. A qualche distanza da un villaggio, un giovane pastore di una dozzina d’anni raccoglie legna secca ai margini di una foresta. Stringe al petto il suo fascio di rami e soffia sulle dita intorpidite.


All’improvviso, una pattuglia di soldati russi sbuca da una curva del sentiero. Lo circondano, ridono tra loro, lo interrogano. «Qual è la tua religione?» chiede uno di loro. Il ragazzo alza il capo: «Sono cattolico», risponde con voce ferma. L’ufficiale aggrotta le sopracciglia. Odia il cattolicesimo. Ordina al ragazzo di rinnegare la sua fede. Il piccolo pastore rifiuta, fa più volte il segno della Croce, lentamente, con la serietà di chi ne conosce il valore.


La collera esplode. «Se non rinunci alla tua fede cattolica, ti fuciliamo.» Viene condotto lungo una siepe, legato a un albero. I soldati indietreggiano di qualche passo, imbracciano i fucili e prendono la mira. Il ragazzo impallidisce, ma i suoi occhi restano calmi. Mormora un’ultima preghiera davanti alle armi puntate contro il suo petto.


D’un tratto, il capo alza la mano. «Abbassate le armi. Questo cattivo ragazzo non vale la polvere che stiamo per sprecare. Lo impiccheremo, se non rinuncia alla sua fede.» Lo slegano, lo trascinano verso una grande quercia. Una corda scivola attorno al suo collo. «Vuoi finalmente abiurare la tua religione?» domanda l’ufficiale. Il figlio della Polonia cattolica resta in silenzio, poi scuote lentamente il capo. «Mai», risponde il bambino, «mai abbandonerò la religione di mia madre.»


Un soldato, salito sull’albero, fissa la corda a un grosso ramo. Due altri sollevano il bambino per lasciarlo ricadere nel nodo che deve strangolarlo. Ancora una volta, l’ufficiale interviene, imprecando con rabbia: «Questo piccolo miserabile non vale neppure la corda per impiccarlo. È nuova! È più semplice annegare.»


Si scioglie la povera vittima. La truppa feroce si dirige, ridendo, verso uno stagno ghiacciato, a un centinaio di metri. Il cielo è cupo, la pianura bianca, il vento taglia il volto. Giunti sulla riva, due soldati avanzano sul ghiaccio, colpiscono con l’ascia fino ad aprire un foro nero nel mezzo della superficie gelata. Strappano i vestiti al piccolo pastore e lo spingono nudo nell’acqua gelida. Ben presto, solo la sua testa emerge tra i lastroni di ghiaccio.


Allora il capo, seguito da due uomini, avanza a sua volta sullo stagno, fermandosi a pochi passi dal bambino. «Ebbene, piccolo scellerato», dice con un riso satanico, «rifiuterai ancora di rinnegare la tua religione?»


La notte comincia a scendere sui campi. Il volto del ragazzo è segnato dal gelo, le sue labbra tremano, le sue mani sono quasi rigide. Eppure i suoi occhi brillano di una speranza celeste. Senza rispondere all’ufficiale, alza lo sguardo al Cielo, poi, raccogliendo le sue forze, solleva sopra l’acqua il braccio mezzo congelato e traccia, per l’ultima volta, su di sé il segno della Croce che sua madre gli ha insegnato.


In quell’istante preciso, uno schianto rompe il silenzio. Il ghiaccio, indebolito dai colpi d’ascia e appesantito dal peso di tre uomini, cede di colpo. Il capo e i suoi due complici sono inghiottiti dall’acqua nera e gelida. Lo stagno si richiude su di loro. Sulla superficie spezzata del ghiaccio resta solo un vortice, poi il silenzio. L’anima del piccolo martire ha già lasciato le nevi della Polonia per volare verso il Paradiso.